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novembre, 2018

Come funzionerà la cryptointernet, il web 3.0 basato sulla blockchain

Che il web 2.0 abbia un grosso problema è sotto gli occhi di tutti. La partecipazione attiva degli utenti che l’ha sempre contraddistinto si è infatti trasformata in raccolta dati indiscriminata, portando all’invasione di fake news, propaganda di stato, abuso di informazioni personali, manipolazione dell’opinione pubblica, algoritmi tanto potenti quanto inaffidabili e, nel complesso, alla sensazione che internet si sia trasformato da strumento a favore della libertà d’informazione in un’enorme dispositivo di sorveglianza. Utilizzato per vendere i dettagli più intimi delle nostre vite ai migliori offerenti.

L’impero dei Gafa
Non solo: così come la prima incarnazione di internet (il web 1.0, quello fatto principalmente da siti web statici con cui si poteva interagire solo attraverso i link) era distribuita, pubblica e aperta, il web 2.0 è diventato invece il regno dei monopolisti digitali. I cosiddetti Gafa (acronimo che sta per Google, Apple, Facebook, Amazon), che hanno trasformato la rete in una sequela di cortili recintati (in inglese, walled gardens) attentamente presidiati e rigidamente separati.

Una situazione che rischia di azzerare l’innovazione e la concorrenza, rendendo sempre più improbabile che una qualunque startup possa “fare a Google ciò che Google ha fatto a Yahoo” (come si usa dire).

Come si esce da questo circolo vizioso? Le strade sono due: la riappropriazione dei dati da parte degli utenti – che impedirebbe ai colossi di sfruttarli per neutralizzare qualunque competitor – e il ritorno a una rete più decentralizzata, aperta e intercomunicabile.

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È l’idea perseguita per esempio da Solid, il nuovo progetto di Tim Berners-Lee, che mira a rovesciare l’architettura di internet, rendendo i dati qualcosa che sia sempre in mano agli utenti e limitando quindi il potere delle piattaforme (ne abbiamo parlato a lungo qui).

Per quanto meritoria, però, l’iniziativa dell’inventore del world wide web non sfrutta appieno le potenzialità della decentralizzazione. In particolare, non sfrutta la blockchain. La tecnologia resa nota dai bitcoin ma che, più in generale, permette di distribuire dati, potere di calcolo, memoria informatica e quant’altro tra tutti i computer che partecipano alla catena.

I vantaggi della blockchain
A differenza di quanto si creda, i sistemi decentralizzati non sono importanti (solo) perché in grado di resistere ai tentativi di censura da parte dei governi (è impossibile mandare offline la blockchain e le piattaforme che ospita, perché vive su decine di migliaia di computer diversi). Ma anche perché sono in grado di garantire una maggiore sicurezza, resistere agli attacchi e restituire ai cittadini il controllo sui loro dati personali.

Un esempio può chiarire il quadro. Aws (Amazon Web Services) è il cloud centralizzato di Amazon che da solo detiene il 33% dell’intero settore. Il fatto che Aws sia un sistema centralizzato significa anche che è possibile mandare ko contemporaneamente tutte le piattaforme che sfruttano il suo cloud, tra cui Slack, Airbnb, Adobe, Spotify; solo per citarne alcune (come in effetti è avvenuto nel febbraio 2017). In un cloud gestito con la blockchain, invece, la memoria sarebbe distribuita tra tutti i computer (più o meno grandi) che partecipano a questo sistema distribuito, garantendo una maggiore sicurezza e rendendo impossibile colpire un singolo punto per mandare al tappeto l’intero network.

È da queste premesse che prende avvio il progetto che viene comunemente chiamato web 3.0 o anche cryptonetwork.“Si tratta di network costruiti su internet che usano meccanismi di consenso come la blockchain (che permettono a tutti gli attori della catena di partecipare al processo decisionale, nda) e consentono di usare le criptovalute per incentivare la collaborazione di tutti i membri del network”, scrive il venture capitalist Chris Dixon in un post su Medium. “Alcuni cryptonetwork, come Ethereum, sono piattaforme di programmazione che possono essere usate più o meno per ogni scopo. Altri hanno obiettivi particolari: bitcoin è inteso principalmente come una forma di riserva di valore, Golem serve per distribuire il potere di calcolo, Filecoin per la conservazione decentralizzata dei file”.

Esempi pratici
Fin qui, la teoria. Ma come funzionerebbe un sistema di questo tipo? Un esempio viene proprio da una delle poche piattaforme decentralizzate del web 2.0: Wikipedia. “Agli inizi del 2000”, racconta sempre Chris Dixon, “Wikipedia aveva un competitor centralizzato nella tradizionale enciclopedia online Encarta. Nonostante la prima versione fosse molto meno completa di Encarta, Wikipedia riuscì a migliorare a grandissima velocità, grazie alla sua comunità di collaboratori volontari. Nel 2005, Wikipedia era il sito più linkato di tutta internet. Encarta ha chiuso nel 2009”.

Approdando sul web 3.0, inoltre, Wikipedia potrebbe conservare tutte le sue voci su un network distribuito (rendendo impossibile una sua chiusura), decidere democraticamente le modifiche alla policy attraverso la partecipazione di tutti i collaboratori e compensarli sfruttando un’apposita criptovaluta. Da questo punto di vista, il progetto più ambizioso è probabilmente quello della fondazione Iota, che sta costruendo un “mercato decentralizzato dei dati” che rende possibili transazioni immediate e senza costi (eseguite grazie alla sua criptovaluta) tra i proprietari dei dati e tutte le aziende interessate ad acquistarli.

Con un sistema simile, potremmo decidere a chi vendere i dati sui nostri spostamenti, acquisti, letture, gusti personali e tutte quelle altre informazioni che adesso (una volta aggregate) generano un enorme valore economico solo per i colossi del tech. Un meccanismo che sarebbe, ovviamente, automatico e regolato attraverso i cosiddetti smart contracts. Grazie a questi contratti intelligenti, quando una società rispetta certi parametri e condizioni può attingere automaticamente alle informazioni che abbiano messo a disposizione, in cambio di un determinato valore economico.

Non è solo immaginazione. Il primo bser basato proprio su un sistema simile è già nato (e sta anche raccogliendo un certo successo): Brave, lo strumento di navigazione ideato da Brendan Eich, creatore di JavaScript e cofondatore di Mozilla. In sintesi estrema, Brave punta a sostituire l’attuale modello di business del web (la pubblicità) con uno basato sulla sua criptovaluta (Bat, Basic Attention Token). Gli utenti di Brave hanno tre possibilità: mantenere la pubblicità così com’è adesso, rimpiazzare la pubblicità tradizionale con quella selezionata da Brave (che ricompenserà sia i siti che la ospitano, sia gli utenti che decidono di vederla) oppure usare i Bat (magari guadagnati grazie alla seconda opzione) per pagare una quota mensile ai propri siti preferiti e poterli così visualizzare in una forma completamente priva di banner.

Un Dropbox decentralizzato
L’idea è ambiziosa e ci permette di immaginare un futuro del web in cui, grazie a un ecosistema di criptovalute personalizzate per ogni esigenza sia possibile eliminare (o almeno ridurre) il ruolo centrale dei dati nell’economia di internet, che sta mostrando sempre di più i suoi punti deboli.

Allo stesso modo, un sistema decentralizzato di file storage (l’equivalente di Dropbox, ma che sfrutta la blockchain) potrebbe ricompensare – sfruttando sempre le criptovalute – tutti gli utenti che decidono di assegnare una parte della memoria dei loro computer o smartphone per conservare in sicurezza (grazie alla blockchain) i file caricati nel cloud. Già oggi stanno sperimentando un sistema simile società come Storj o il già citato Filecoin.

Non solo: avvantaggiandosi della collaborazione, tutti questi sistemi vivrebbero su protocolli aperti, e potrebbero quindi comunicare tra loro invece di essere rigidamente separati l’uno dall’altro. È un po’ come se potessimo inviare un messaggio a un utente di Facebook usando Twitter. Niente di particolarmente strano, visto che è esattamente il modo in cui funziona l’ormai antica email (che permette di inviare messaggi da Gmail a Hotmail e tutti gli altri).

Il concetto di base è più semplice di quanto potrebbe sembrare: grazie alla blockchain, tutti gli utenti possono diventare parte dell’infrastruttura di rete e venire ricompensati per aver messo in condivisione memoria, dati, potere di calcolo, pubblicità e quant’altro. Ognuno di noi, in questo modo, parteciperebbe all’economia di internet.

Mark Zuckerberg (Zach Gibson/Getty Images)

Gli ostacoli
Utopia? Di sicuro, gli ostacoli da superare sono tantissimi. Prima di tutto, i colossi del tech hanno dalla loro un’immensa base utenti, infrastrutture efficienti e molto denaro da investire. Inoltre, ci sono da superare i numerosi limiti della blockchain (soprattutto in termini di scalabilità, visto che al momento è in grado di reggere poche operazioni al secondo) e lo scetticismo che (giustamente) circonda il mondo delle criptovalute, vittime di una bolla speculativa avvenuta prima ancora che avessero una qualsivoglia funzione pratica.

La sfida, però, è stata lanciata. Oggi, un numero ristretto di piattaforme è in grado di scegliere quali informazioni possiamo vedere, quali utenti possono partecipare ai social network (e quali devono essere bannati) e in che modo i nostri dati possono essere usati. Da un certo punto di vista, il web di oggi assomiglia a un’oligarchia. Il web decentralizzato, invece, tornerebbe a essere molto più simile a una democrazia. Che, come la storia insegna, non è un sistema perfetto. Ma è meglio di tutte le sue alternative.


Fonte: WIRED.it
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